Pink Floyd – The Endless River

Posted in Uncategorized on 8 novembre, 2014 by bustio

Era il 5 luglio, il giorno del mio compleanno. Scendevo i gradini della chiesa, quando lessi sullo smartphone la notizia: un tweet di Polly Samson, moglie di David Gilmour, annunciava un nuovo disco dei Pink Floyd. Ricordo bene la sensazione di gioia, terrore, incredulità, i suoni del mondo circostante ovattati, mentre la mia mente cercava di focalizzare il fatto.

Per me i Pink Floyd non sono una band come un’altra, sono un qualcosa di personale, una esperienza interiore intensa che era stata sigillata dalle ultime lancinanti note della slide di Gilmour in High Hopes, l’ultimo brano del loro ultimo disco. E ora usciva fuori questa cosa, questa specie di raccolta di brani risalenti alle session di The Division Bell a disturbare il mio immaginario, la mia abitudine, la mia sedentarietà emotiva? Molto difficile da accettare!

Ovviamente dal momento dell’uscita del disco, la mia collezione pinkfloydiana è rimasta incompleta per massimo 5 ore, condite dall’ansia di possedere la mia copia di “The endless river”. Tutte le ansie dovute alla presenza di questo nuovo arrivato hanno avuto il culmine negli ultimi attimi che hanno preceduto il momento in cui il mio indice ha premuta il tasto “play” dello stereo. Sarà all’altezza del nome che porta? Sarà un orribile puzzle di robaccia senza valore artistico? Sarà solo una trovata commerciale?

Cosa sia successo dopo non saprei definirlo, ma tentando di dare un’idea, mi sono sentito come avvolto in una coperta di suoni, avviluppato a idee ritmiche e melodiche che traevano forza dalla loro compiuta incompiutezza! Puro suono! Forse le parole giuste sono queste: puro suono!

Non avere necessariamente obblighi melodici vocali sembra quasi aver sbloccato l’inventiva e la capacità dei Pink Floyd di creare strati di suoni immaginifici, che riportano a tutte le epoche della loro storia, con una menzione particolare per l’intervento dell’organo a canne della Royal Albert Hall suonato da Wright. Pare inspiegabile, ma i Pink Floyd ancora una volta riescono a entrare nella mia intimità,  e lo fanno con un disco facile da etichettare come “ruffiano” dai detrattori dotati di uno snobismo musicale spesso fuori luogo, ma che in realtà è probabilmente la loro uscita più coraggiosa dalla dipartita di Roger Waters. Questo disco riesce a toccare corde nascoste, e le parole di Louder than words risuonano come una dichiarazione definitiva che crea un senso di appartenenza. Ben tornati ragazzi, addio!

Louder than words

this thing they call soul

it’s there with a pulse

louder than words.

 

Pink-Floyd-The-Endless-River-cover-art

Surfin’ U.S.A. (part three)

Posted in Uncategorized on 10 giugno, 2012 by bustio

Mi scuso per gli scarsi aggiornamenti ma purtroppo gli spostamenti e gli impegni mi consentono poche soste al pc dove preferisco sentire chi è rimasto nel belpaese.

La giornata del 6 inizia ovviamente prestissimo per il tour de force della costa californiana.

Anche in questi posti baciati dalla benevolenza della natura si scoprono gli odori che fanno l’america: l’odore di plastica e di fritto. In ogni luogo dove si mangi o si viva ci sono queste sensazioni olfattive! Il nostro Suburban sfreccia sulla costa californiana fino ad arrivare a Pebble Beach. Questo luogo è inimmaginabile, ora pensate: sulla sinistra un campo da golf esclusivo dove giocano i migliori players del mondo (nonché le persone che possono permettersi i costi) sul quale zampettano cervi e scoiattoli, mentre a destra una spiaggia bianca come quelle della Sardegna (senza avere lo stesso mare però) è contornata da scogli che ospitano le foche intente a prendere il sole…questa è pebble beach, con il suo pino isolato su un promontorio roccioso e le sue ville esageratamente sfarzose. Lasciatoci alle spalle questo pezzetto di paradiso ci dirigiamo verso Big Sur, ed ecco che tornano alla mia mente le parole di Kerouac, i luoghi da lui descritti, che si mischiano con il veno battente e le visioni oceaniche. Il pranzo lo consumiamo proprio li, in un luogo chiamato Nepenthe, cosa che a noi sardi inorgoglisce moltissimo! Il ristorante serve i soliti hamburger ma su una terrazza vista oceano meravigliosa. Ci dirigiamo quini verso Santa Barbara, passando da Monterey, con numerose soste per ammirare scorci paesaggistici e faunistici, come la spiaggia dove numerosi leoni marini buttati sulla spiaggia intenti a litigare e dormire uno sull’altro.
Dopo ore di macchina l’arrivo a Santa Barbara, deliziosa cittadina piena di ragazzi e di vita, con molte band che suonano (un batterista mi regala il cd della sua band perché sono italiano, loro hanno forse vent’anni e stanno facendo il tour della California) …un posto incantevole che mi fa dimenticare la fatica dello stare ore in macchina. UN po’ di giorni a Santa Barbara credo che siano un toccasana per chiunque!

Surfin’ U.S.A. (part two)

Posted in Uncategorized on 8 giugno, 2012 by bustio

La mattina del 5 giugno inizia per noi verso le otto del mattino e il programma è di quelli interessanti.

La truppa degli ortodonzisti e aspiranti tali, siamo in effetti un gruppo di dieci persone circa, parte compatta da San Francisco e attraversa il Golden Gate, lo spettacolare ponte di San francisco, sal quale si ammira tutta la baia che  è bucata centralmente dall’isola di Alcatraz che credo che tutti noi conosciamo. Attraversato il ponte ci immettiamo in una strada circondata da un bosco bello fitto che ci porta al parco nazionale del Muir Woods, un parco di sequoie spettacolare con scoiattoli che si inseguono ovunque e dei bei torrentelli che si inosculano fra gli alberi frondosi e imponenti. Dopo la visita al parco partiamo alla volta di Sausalito, ameno porticciolo turistico con casette che di sicuro non costano poco. Durante il ritorno da Sausalito ci siamo fermati a vedere il Golden Gate da un punto panoramico mozzafiato, e infine abbiamo dedicato il resto della giornata alla visita del centro città dopo aver dato un’occhiata al giardino giapponese del piccolissimo parco di S. Francisco, parco che potrebbe contenere probabilmene due interi quartieri di Sassari, la mia città. Due parole sulla città: è veramente molto carina, la cultura hippie si respira tutt’ora, ad ogni angolo di strada ci sono appese le bandiere colorate della pace, le costruzione sono americanamente carine, anche se in alcuni casi le villette a schiera tendono probabilmente a spersonalizzare l’individuo. Ma in tutte le strade si vede la grande contraddizione americana, un paese libero e democratico che non aiuta chi è rimasto indietro e lo molla sulla strada, il numero di homeless è assolutamente preoccupante purtroppo…ma ala borghesia americana evidente tutto ciò non interessa parecchio. Un saluto a tutti quanti.

Surfin’ U.S.A. (part one)

Posted in Uncategorized on 8 giugno, 2012 by bustio

3-4 giugno 2012

 

Eccomi qui a riutilizzare questo mio vecchio blog per un nobile scopo: raccontare una storia.

La storia di un eroico viaggio affrontato con pochi soldi e parecchia convinzione in un luogo dove fino all’altro giorno non immaginavo neanche di vedere: l’America, gli Stati uniti, gli USA, scegliete voi come chiamarli!

Per me i viaggi in aereo rappresentano un problema, non mi piace volare, e per questo viaggio ho dovuto vincere questa piccola fobia, anche perché più o meno 20 ore di volo per raggiungere San Francisco partendo da Sassari non sono poche.

Devo fare comunque i miei complimenti alla Lufthansa perché mi è decisamente piaciuto volare con questa compagnia, bell’aereo, personale gentilissimo e perfino roba da mangiare apprezzabile!

Comunque, partenza da Alghero il 3 Giugno 2012, destinazione Roma, notte passata all’Hilton  all’interno dell’aeroporto, e la mattina sveglia alle quattro e mezza per raggiungere l’aeroporto di Francoforte.

Questo hub internazionale è una delle cose più enormi che abbia mai visto, qualcosa di decisamente meraviglioso! Le dodici ore che ci hanno separato da San Francisco sono passate mangiando, guardando Sherlock Holmes 2, e osservando le inquadrature delle telecamere che davano sull’esterno dell’aereo.

Si atterra in ritardo per le varie vicissitudini climatiche aleggianti sopra il cielo di San Francisco. Vento e pioggia la fanno da padroni ma ormai si è in ballo e si deve ballare, così almeno ho sentito sempre dire.

Atterrati in qualche maniera affrontiamo le lungaggini della burocrazia americana e la scortesia media dei poliziotti a stelle e strisce. L’impatto con il Jet Lag non è dei più gentili ma si tiene botta in qualche maniera!

L’hotel, sito in Market Street è il tipico hotel che vuole mantenere uno stile europeo ovviamente senza riuscirci, il risultato è un miscuglio orribile di stili che unito alla scortesia e all’inettitudine del personale mi porta ad una prima crisi di umore! Ma il tutto va meglio di fronte ad una buona cena a base di calamari fritti servitici in un localino del porto di San Francisco, dove ancora si respira un’aria d’altri tempi! La ciliegina sulla torta è stata la notte passata in una brandina aggiunta in mezzo ai due letti principali, messa li per mancanza di spazio per aggiungere un letto serio. E fu sera e fu mattina..primo giorno.

Mark Knopfler live in Lucca 10-07-2010

Posted in Uncategorized on 12 luglio, 2010 by bustio

Lucca e il suo splendido centro medievale sono una splendida cornice per un concerto…ancora meglio se il concerto è uno di quelli da ricordare per tutta la vita!

Il viaggio dalla Sardegna alla splendida città toscana non è complicato e lo sciopero degli autoferrotramvieri non indebolisce la mia forza di volontà nell’arrivare nel luogo tanto agognato! Infatti Lucca è uno dei posti che più desideravo vedere fin da piccolo, vuoi perchè la mia fantasia è sempre stata colpita dal medioevo, vuoi perchè a Lucca si svolge ogni anno il Lucca comics, una fantastica mostra sui fumetti! Ci arrivo da ragazzo cresciuto invece, a causa della mia passione per la musica.

La mancanza di treni obbliga me e mio babbo ad aspettare un autobus a Pisa per circa due ore e mezza, ma l’attesa è stata ripagata da uno splendido tour delle campagne toscane fra la stessa Pisa e Lucca, con la vista di paesaggi mozzafiato e paesini incantevoli!

Le giornate in Toscana risultano essere spietatamente calde con punte di 40 gradi e totale mancanza pure del più piccolo refolo di vento, ma ciò non impedisce ai nostri eroi di fare il loro dovere di turisti e visitare piazze, chiese e monumenti che li ha impegnati in tutta la vigilia del concerto! Oltretutto la fortuna ha voluto che durante il fine settimana ci fosse la festa del patrono di Lucca, San Paolino, con grande sfoggio di sbandieratori, trombettieri, tamburini e balestrieri! La fortuna ha voluto anche che si esibisse Paco de Lucia il giorno prima di Mark Knopfler, occasione sfruttata!

Nel giorno successivo, l’attesa per il concerto è funestata dalla scoperta che i posti in piedi stanno dietro i posti a sedere  in base ad una logica non ben comprensibile e soprattutto contrariamente a quello che si era visto nella piantina nel sito di T1! Mossa molto sbagliata perchè i fan più appassionati avevano preso i posti in piedi per stare sotto il palco, cosa che non è successa perchè il sottopalco era dominato da signori di mezza età piantati nelle sediette e con poco entusiasmo visibile.

Piazza Napoleone viene chiusa puntualmente alle sei…il concerto inizia altrettanto puntualmente alle 21:30…l’attacco è gentile e delicato…le placide note di flauto di Border Reiver accarezzano gli spettatori per poi saltellare allegramente in una sfrenata giga! What It Is la segue a ruota, dimostrandosi ancora una volta la canzone più vicina ai Dire Straits del Knopfler solista. Il momento divertissement è affidato a Coyote invece che alla solita Walk of life, la band segue il capobanda in maniera strepitosa e il flautista si dimostra un vero e proprio polistrumentista e in tutto il concerto numerosi saranno i cambi di strumento dei componenti della band!

Hill Farmer’s Blues è la canzone che non ti aspetti…una canzone che colpisce al cuore, centra ogni nervo sconvolgendolo…spettacolare!

E’ evidente che Mark soffre il caldo e forse ha anche qualche problema di respirazione…spesso respira a bocca aperta con viso vagamente sofferente, la voce ogni tanto manca ma più per colpa dei fonici che probabilmente non hanno familiarizzato bene con l’acustica non buona di Piazza Napoleone.

L’accoppiata vincente arriva quasi subito:  Romeo & Juliet e Sultans of Swing mettono k.o. anche gli spettatori più freddi costringendoli all’applauso scrosciante…Mark risulta perfetto anche se forse il drumming del batterista poteva essere più movimentato.

Done with Bonaparte è il gioiellino di folk celticheggiante che mi fa saltellare allegramente…a ruota viene eseguita Marbletown con una lunga coda strumentale.

Speedway At Nazareth è forse il capolavoro del Knopfler solista…il ritmo costante e incalzante contemporaneamente…l’esplosione finale in un assolo irrefrenabile dove finalmente Mark si alza in piedi con la sua Gibson…applausi a scena aperta con tanto di brindisi con il pubblico alla fine della canzone!

Telegraph Road…credo non si possano spendere altre parole su questa suite…pura epica…dovrebbe essere insegnata nella scuole pure in questo riarrangiamento semi-acustico…così come la commovente Brothers in Arms! Piper to the end ha il compito di chiudere un concerto di due ore che sono letteralmente volate via…la chitarra..anzi le chitarre di Mark accarezzano…rombano…colpiscono…sussurrano come gli dice il loro padrone…poche volte si possono sentire cose del genere nella vita!

Peccato solo per l’acustica non perfetta e un pubblico seduto troppo freddo!

Il resto del viaggio verso casa è andato alla perfezione anche se sempre con un caldo terrificante!

Chiunque non abbia mai visto un concerto di Mark Knopfler dovrebbe porre rimedio il più presto possibile!

P.S. le chitarre usate sono state fondamentalmente le due Gibson principali di Mark , la sua Fender Stratocaster rossa (non la Schecter, proprio la Fender),  una Fender Mustang (solo su Piper To the end) e una Pensa Shur MK (in Telegraph Road). Come acustiche la Martin che porta il suo nome e l’intramontabile National!

Radiohead – The Bends

Posted in Uncategorized on 30 gennaio, 2010 by bustio

Il primo vagito di Pablo Honey era stato emesso…ma in The Bends i Radiohead iniziano ad avere altre visioni, altro atteggiamento, rimane un certo lato depressivo che comunque resterà sempre una caratteristica delle teste di radio, ma la forma canzone inizia ad essere più elaborata e più pensata!

Fin dall’attacco di Planet Telex si capisce che qualcosa nelle teste dei cinque sta crescendo…echi e delay sospendono l’ascoltatore per poi farlo atterrare sulle reminescenze brit di The Bends…con le chitarre distorte di Ed O’Brien e Jonny Greenwood a farla da padrone!

High and Dry è quasi una preghiera intima a qualcuno che si sta perdendo…una piccola gemma pop che già illumina il disco…ma stavolta bisogna colpire per uccidere…e Fake Plastic Trees completa un uno-due micidiale…una amara constatazione di vite ordinarie che permette alla voce di Thom Yorke di volare alto sostenuta da chitarre malinconicamente spinte verso il cielo…se solo potessi essere chi vuoi…sempre…è questo il sospiro finale di quella che forse fin’ora è la canzone più ispirata dei Radiohead.

Bones interrompe l’atmosfera riflessiva delle canzoni precedenti avvicinandosi più a Pablo Honey piuttosto che al nuovo corso dei RH…mentre con (Nice Dream) l’aria si fa nuovamente più rarefatta, a tratti caotica e vibrante, per poi planare di nuovo sul mare della tranquillità.

Ma probabilmente è ora di darci un taglio…l’attacco di Just è una fucilata…la canzone tirata fino allo stremo ma in maniera intelligente…qui non si parla più di brit-pop ormai…Jonny Greenwood riesce a rendere spastica la sua chitarra…la sezione ritmica di Selway e di Colin Greenwood detta i tempi… do it to yourself!!!

My iron lung pare riportare il tutto in una dimensione più elegiaca come ad inizio disco…ma l’ascoltatore non può certo prevedere le violente accelerazioni che quasi lo fagocitano senza preavviso!

Bullet proof…I wish I was strizza l’occhio agli U2 con i suoi morbidi appeggi chitarristici…mentre se si parla di melodie immortali non si può non citare Black Star nella sua perfezione?

E Sulk fa la sua parte evidenziando un paio di influenze Morryseyane!

Street Spirit appare quasi slegata da tutto il resto…un arpeggio continuo di chitarra…la malinconia si impossessa improvvisamente di tutto…voci…chitarre che si intrecciano con alti e bassi che si contrastano…chi avrebbe mai detto che i Radiohead avrebbero mai fatto questo?

Immerse your soul in love…questo è l’ultimo messaggio che ci viene lasciato in questo sconcertante atto finale ripieno di bellezza.

A volte capita…

Posted in musica, Uncategorized on 28 gennaio, 2010 by bustio

A volte capita che qualcosa si interrompa senza tuttavia rompersi, anche le cose che sembrano incorruttibili ma in fin dei conti sai da sempre che non può essere così…dispiace…inutile…dispiace…ma sono stati gli anni migliori della nostra vita probabilmente!

Un saluto a te batteraio!

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